USCIRE DAL NEUTRO!

Introduzione  a cura dell’avv. Stefania Guglielmi al Convegno “Reati di violenza di genere e pratiche processuali. Evoluzioni normative e giuridiche dal Massacro del Circeo a oggi”, Aula di Corte d’Assise-Palazzo di Giustizia, Ravenna, 16 novembre 2018.

Il Convegno che presentiamo oggi costituisce un tassello fondamentale di un percorso di critica e messa in discussione del sistema normativo che le donne portano avanti da decenni, da quando, cioè, si sono rese conto che le donne nel diritto e, più in generale nella rappresentazione della realtà, non sono contemplate. Anzi, possiamo dire, forse, che tutto il movimento delle donne – movimento femminista, se vogliamo semplificare – nasce dalla acquisita consapevolezza di non essere comprese in quel neutro indistinto che ha storicamente offerto la narrazione della realtà. Una narrazione che contempla soltanto l’autore di quella narrazione, il genere maschile.

A partire da lì, le donne hanno messo in discussione la presunta neutralità dei codici sociali, antropologici, linguistici ed anche normativi, avviando la ‘critica femminista’: della storia, dei dispositivi di potere, dell’uso della lingua, ma anche delle scienze, della medicina, dell’arte, dell’architettura, dell’urbanistica.

La critica femminista ha disvelato quello che era stato per l’innanzi taciuto: un’altra realtà, un’altra storia. Già sappiamo, infatti, che se non teniamo conto della presenza, del contributo e del potere delle donne non siamo nemmeno in grado di conoscerla, la storia, l’arte, le scienze.
La critica femminista restituisce non alle donne, ma a tutti, uomini e donne, una narrazione fedele e corretta, ponendosi come fine ultimo la piena democrazia; per questo motivo, anche gli uomini possono fare proprio il metodo femminista (anche se è chiaro che continuano ad operarla prevalentemente le donne, la critica femminista, e quando lo fanno di solito, rimangono folgorate, come ci racconta il bellissimo libro della dottoressa Paola Di Nicola, GIP/GUP presso il Tribunale di Roma, “La mia parola contro la sua”). Il diritto, ovviamente, costituisce un terreno privilegiato, in quanto specchio delle regole che governano la nostra società.
La critica femminista ha per lungo tempo coltivato un atteggiamento di sospetto nei confronti del diritto, in quanto percepito come massima espressione del potere patriarcale.

Oggi, invece, la discussione sulla adeguatezza del diritto sta occupando uno spazio sempre maggiore nella ricerca e nella elaborazione anche accademica. Tale risultato si deve anche sicuramente al massiccio ingresso di donne nel campo del diritto – avvocate, giudici, ricercatrici – sicché sempre maggiore è il numero delle donne che, affacciandosi alla professione, si accorgono di non essere contemplate in quanto donne autodeterminate, titolari di uno status di libertà, titolari di parola pubblica – quindi non esseri deboli, non bisognose di protezione – nel discorso sul diritto. Quello che manca è un diritto che parta dagli uomini e dalle donne e non solo un diritto fatto dagli uomini che riserva uno spazio alle donne.
Quest’ultimo è, infatti, l’approccio del nostro diritto, a partire dalla Costituzione.

Dei 139 articoli soltanto l’art. 37 menziona la parola ‘donna’ e lo fa per rivendicare per la donna le stesse retribuzioni degli uomini e condizioni di lavoro che le consentano l’adempimento della sua essenziale funzione familiare, così confermando che la Costituzione nella sua interezza si pone come parametro di riferimento il maschile, assurto a ‘neutro’.
Dalla Costituzione in poi, il diritto delle donne in realtà coincide con le norme antidiscriminatorie, nelle quali le donne sono considerate ‘gruppo di minoranza’. Peccato che le donne non siano un gruppo e, soprattutto, non costituiscano una minoranza!

Insomma, le donne compongono la società tanto quanto ed anzi forse più degli uomini e ad essa concorrono, ma sono assenti laddove si decide delle regole.
Serve, pertanto, una riscrittura dei sistemi culturali e normativi per uscire dal neutro e produrre nuovo diritto, che è quello che facciamo oggi e che possono fare le nostre relatrici (magistrate e avvocate) attraverso l’interpretazione delle norme e il coraggio e la volontà di portarle verso l’imprevisto.
Del resto, quando le donne l’hanno fatto, di impossessarsi degli strumenti del diritto, hanno prodotto risultati straordinari a vantaggio di tutti
Pensiamo all’introduzione nel linguaggio corrente del termine ‘femminicidio’.

La sola parola ha messo in evidenza che la violenza è sessuata, ovvero è connotata dall’essere agìta da un uomo ai danni di una donna.
L’uso di questa parola rifiuta che si sia trattato qualcosa che ha che fare col sesso, con la ‘concupiscenza sessuale’, col desiderio, con l’istinto, con la natura! Rifiuta che si sia trattato di amore, in tutte le sue possibili declinazioni.
L’uso della parola femminicidio ha fatto capire che se non si parte dalla relazione tra i generi , se non si disvela che è ancora diffusa una concezione proprietaria della relazione tra generi, non si può nemmeno trovare la risposta (che non può essere il banale inasprimento delle sanzioni).
Il femminicidio, piuttosto, ha molto a che fare con la questione femminile, in particolare con la questione dell’autodeterminazione sessuale della donna, che non può dirsi, ancora, risolta nel nostro paese.

Che sia così ci viene continuamente dimostrato proprio dai tribunali, dove ancora domina lo spostamento dell’attenzione, nei casi di violenza o molestia sessuale, dal criminale alla parte offesa, costretta ancora a dimostrare di non essere in qualche modo responsabile del crimine che è stato commesso ai suoi danni; dove la donna, in generale, ha paura di non essere creduta; dove dominano i pregiudizi sessisti.
Ecco, siamo qui per questo: per dire una parola che possa servire a denunciare e smantellare un sistema che, scritto e pensato dagli uomini per gli uomini, sta rivelando sempre di più la propria inadeguatezza, con grave danno per la società tutta.