REATO DI MALTRATTAMENTI CONTRO FAMILIARI E CONVIVENTI

Il presente contributo non ha carattere esaustivo e si pone lo scopo principale di esaminare la norma che disciplina il reato di maltrattamenti tenendo conto che nella maggior parte dei casi questa trova applicazione a causa della violenza agìta nelle relazioni intime da uomini contro le donne.
Il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi, disciplinato dall’art. 572 c.p., trova collocazione nel nostro codice penale nel Libro II, Titolo XI, ovvero tra i delitti contro la famiglia. Occorre, dunque, preliminarmente, osservare che il reato in esame non può considerarsi un reato contro la famiglia, in quanto reato contro la persona.
Tale collocazione si poteva spiegare durante la vigenza del codice Rocco quando, visti i presupposti ideologici dell’epoca, l’ ‘istituzione famiglia’ aveva la funzione di assicurare valori di autorità e affidamento. Oggi, per ovvie ragioni, sarebbe corretto collocare la norma incriminatrice tra i delitti contro la persona.
Sono, infatti, il patrimonio morale e l’integrità psicofisica della persona offesa dal reato ad essere colpiti e non la famiglia.
I maltrattamenti costituiscono un trattamento disumano e degradante, annoverabili tra le violazioni più gravi dei diritti umani.
A quanto sopra, occorre, immediatamente, aggiungere che il reato di cui trattasi seppur apparentemente neutrale costituisce un’espressione dei reati di genere.
È, infatti, nelle relazioni intime che maggiormente si manifesta la relazione di potere storicamente diseguale tra uomini e donne.
Tale affermazione trova conferma nei numerosi casi di maltrattamenti trattati e definiti dinnanzi ai tribunali. Basta scorgere le sentenze per rendersi immediatamente conto che imputati in processi per tale reato sono uomini che agiscono maltrattamenti ai danni di donne.
I soggetti passivi della condotta maltrattante oltre alla donna, di frequente, sono i figli minori di età che possono esserne destinatari in via diretta o indiretta, ed è in questo ultimo caso che si ha la violenza assistita. La violenza assistita, a sua volta, è diretta, quando i figli assistono alla violenza perpetrata dal padre ai danni della madre, o indiretta, quando i figli, pur non avendo assistito ad episodi di violenza ne percepiscono comunque gli effetti e le conseguenze.
La norma in esame, recentemente modificata a seguito della ratifica in Italia delle convenzioni di Lanzarote prima e di Istanbul poi, incrimina quelle condotte maltrattanti poste in essere abitualmente e capaci di creare nella persona offesa uno stato abituale di soggezione e sofferenza psicologica in grado di incidere perfino sulla capacità sua di autodeterminazione.
È stata l’elaborazione giurisprudenziale a definire il reato come abituale permettendo in tal modo di ritenerlo configurato anche quando le condotte maltrattanti si alternano a condotte non solo non maltrattanti ma addirittura amorevoli (la cd. Luna di miele). Questo non è di poco conto ove si pensi, da un lato, al ciclo della violenza, dall’altro, alle recenti proposte di modifica (v. DDL n. 45 detto anche De Poli) che hanno, tra gli altri, il proposito di introdurre nella norma l’elemento della sistematicità dei maltrattamenti. Un’eventuale riforma in tal senso comporterebbe che il reato si avrà configurato solo se la persona offesa venisse sottoposta ad sorta di tortura.
Infine si sottolinea che il reato di maltrattamenti, a dispetto dell’opinione diffusa, è un reato trasversale che può riguardare indistintamente tutte le categorie sociali e si osserva che, nonostante i passi fatti, in particolare grazie alle convenzioni internazionali in materia di violenza sulle donne e sui minori di età, siamo ancora molto lontani dal poter dire di avere un sistema in grado di garantire piena tutela alle vittime dei reati tipici delle relazioni intime come quello di cui si è trattato.

Avv. Rosamaria Albanese

USCIRE DAL NEUTRO!

Introduzione  a cura dell’avv. Stefania Guglielmi al Convegno “Reati di violenza di genere e pratiche processuali. Evoluzioni normative e giuridiche dal Massacro del Circeo a oggi”, Aula di Corte d’Assise-Palazzo di Giustizia, Ravenna, 16 novembre 2018.

Il Convegno che presentiamo oggi costituisce un tassello fondamentale di un percorso di critica e messa in discussione del sistema normativo che le donne portano avanti da decenni, da quando, cioè, si sono rese conto che le donne nel diritto e, più in generale nella rappresentazione della realtà, non sono contemplate. Anzi, possiamo dire, forse, che tutto il movimento delle donne – movimento femminista, se vogliamo semplificare – nasce dalla acquisita consapevolezza di non essere comprese in quel neutro indistinto che ha storicamente offerto la narrazione della realtà. Una narrazione che contempla soltanto l’autore di quella narrazione, il genere maschile.

A partire da lì, le donne hanno messo in discussione la presunta neutralità dei codici sociali, antropologici, linguistici ed anche normativi, avviando la ‘critica femminista’: della storia, dei dispositivi di potere, dell’uso della lingua, ma anche delle scienze, della medicina, dell’arte, dell’architettura, dell’urbanistica.

La critica femminista ha disvelato quello che era stato per l’innanzi taciuto: un’altra realtà, un’altra storia. Già sappiamo, infatti, che se non teniamo conto della presenza, del contributo e del potere delle donne non siamo nemmeno in grado di conoscerla, la storia, l’arte, le scienze.
La critica femminista restituisce non alle donne, ma a tutti, uomini e donne, una narrazione fedele e corretta, ponendosi come fine ultimo la piena democrazia; per questo motivo, anche gli uomini possono fare proprio il metodo femminista (anche se è chiaro che continuano ad operarla prevalentemente le donne, la critica femminista, e quando lo fanno di solito, rimangono folgorate, come ci racconta il bellissimo libro della dottoressa Paola Di Nicola, GIP/GUP presso il Tribunale di Roma, “La mia parola contro la sua”). Il diritto, ovviamente, costituisce un terreno privilegiato, in quanto specchio delle regole che governano la nostra società.
La critica femminista ha per lungo tempo coltivato un atteggiamento di sospetto nei confronti del diritto, in quanto percepito come massima espressione del potere patriarcale.

Oggi, invece, la discussione sulla adeguatezza del diritto sta occupando uno spazio sempre maggiore nella ricerca e nella elaborazione anche accademica. Tale risultato si deve anche sicuramente al massiccio ingresso di donne nel campo del diritto – avvocate, giudici, ricercatrici – sicché sempre maggiore è il numero delle donne che, affacciandosi alla professione, si accorgono di non essere contemplate in quanto donne autodeterminate, titolari di uno status di libertà, titolari di parola pubblica – quindi non esseri deboli, non bisognose di protezione – nel discorso sul diritto. Quello che manca è un diritto che parta dagli uomini e dalle donne e non solo un diritto fatto dagli uomini che riserva uno spazio alle donne.
Quest’ultimo è, infatti, l’approccio del nostro diritto, a partire dalla Costituzione.

Dei 139 articoli soltanto l’art. 37 menziona la parola ‘donna’ e lo fa per rivendicare per la donna le stesse retribuzioni degli uomini e condizioni di lavoro che le consentano l’adempimento della sua essenziale funzione familiare, così confermando che la Costituzione nella sua interezza si pone come parametro di riferimento il maschile, assurto a ‘neutro’.
Dalla Costituzione in poi, il diritto delle donne in realtà coincide con le norme antidiscriminatorie, nelle quali le donne sono considerate ‘gruppo di minoranza’. Peccato che le donne non siano un gruppo e, soprattutto, non costituiscano una minoranza!

Insomma, le donne compongono la società tanto quanto ed anzi forse più degli uomini e ad essa concorrono, ma sono assenti laddove si decide delle regole.
Serve, pertanto, una riscrittura dei sistemi culturali e normativi per uscire dal neutro e produrre nuovo diritto, che è quello che facciamo oggi e che possono fare le nostre relatrici (magistrate e avvocate) attraverso l’interpretazione delle norme e il coraggio e la volontà di portarle verso l’imprevisto.
Del resto, quando le donne l’hanno fatto, di impossessarsi degli strumenti del diritto, hanno prodotto risultati straordinari a vantaggio di tutti
Pensiamo all’introduzione nel linguaggio corrente del termine ‘femminicidio’.

La sola parola ha messo in evidenza che la violenza è sessuata, ovvero è connotata dall’essere agìta da un uomo ai danni di una donna.
L’uso di questa parola rifiuta che si sia trattato qualcosa che ha che fare col sesso, con la ‘concupiscenza sessuale’, col desiderio, con l’istinto, con la natura! Rifiuta che si sia trattato di amore, in tutte le sue possibili declinazioni.
L’uso della parola femminicidio ha fatto capire che se non si parte dalla relazione tra i generi , se non si disvela che è ancora diffusa una concezione proprietaria della relazione tra generi, non si può nemmeno trovare la risposta (che non può essere il banale inasprimento delle sanzioni).
Il femminicidio, piuttosto, ha molto a che fare con la questione femminile, in particolare con la questione dell’autodeterminazione sessuale della donna, che non può dirsi, ancora, risolta nel nostro paese.

Che sia così ci viene continuamente dimostrato proprio dai tribunali, dove ancora domina lo spostamento dell’attenzione, nei casi di violenza o molestia sessuale, dal criminale alla parte offesa, costretta ancora a dimostrare di non essere in qualche modo responsabile del crimine che è stato commesso ai suoi danni; dove la donna, in generale, ha paura di non essere creduta; dove dominano i pregiudizi sessisti.
Ecco, siamo qui per questo: per dire una parola che possa servire a denunciare e smantellare un sistema che, scritto e pensato dagli uomini per gli uomini, sta rivelando sempre di più la propria inadeguatezza, con grave danno per la società tutta.

LE SEZIONI UNITE SULL’ASSEGNO DIVORZILE

Con sentenza n. 18287 dell’11 luglio 2018 le Sezioni Unite della Cassazione riscrivono le regole sull’assegno divorzile.

Superando il precedente orientamento giurisprudenziale che trovava, da ultimo, fondamento nella precedente sentenza Cass. Civile, sez. I, n. 11504/2017, del 10 maggio 2017, la Sentenza in commento, richiamando fondamentali principi di rango costituzionale,  attribuisce, finalmente, fondamentale rilievo al contributo fornito dal coniuge debole nel corso della vita matrimoniale.

Pare utile iniziare la disamina di tale pronuncia riportando uno stralcio delle motivazioni della stessa in cui si legge “I ruoli all’interno della relazione matrimoniale costituiscono un fattore, molto di frequente, decisivo nella definizione dei singoli profili economico-patrimoniale post matrimoniali e sono frutto di scelte comuni fondate sull’autodeterminazione e sulla responsabilità di entrambi i coniugi all’inizio e nella continuazione della relazione matrimoniale. Inoltre, non può trascurarsi, per la ricchezza ed univocità dei riscontri statistici al riguardo, la perdurante situazione di oggettivo squilibrio di genere nell’accesso al lavoro tanto più se aggravata dall’età”.

Ai concetti di autodeterminazione e responsabilità dei coniugi, questa volta, viene data una lettura costituzionalmente orientata, con particolare riguardo agli artt. 2, 3 e 29 Costituzione. Viene, cioè, dato fondamentale rilievo al profilo soggettivo del richiedente laddove si impone di valutare se le condizioni attuali dello stesso siano state determinate dalle scelte effettuate dai coniugi in costanza di matrimonio, scelte che, soprattutto in relazione alla durata del vincolo, imprimono alle condizioni personali ed economiche dei coniugi un corso, talvolta, irreversibile.

Le Sezioni Unite, con la pronuncia in commento, sostituiscono il precedente e rigido schema valutativo con una nuova interpretazione dell’art. 5, comma 6, L. 898/70 affermando che, ai fini della decisione, non può farsi riferimento esclusivo all’inadeguatezza dei mezzi dell’istante rigidamente considerati, ma dovrà effettuarsi una valutazione sulla causa dello squilibrio tra i coniugi.

Al fine di evitare gravi ingiustizie sostanziali, il giudice, nella valutazione sull’an e sul quantum dell’assegno divorzile, valutato il contributo personale ed economico dato dai ciascuno dei coniugi alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio di entrambi, farà necessariamente riferimento al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

La disparità economico-patrimoniale esistente al momento dello scioglimento del vincolo matrimoniale, dunque, se conseguenza delle scelte adottate dai coniugi in ordine ai ruoli assunti nella vita endofamiliare, dovrà essere considerata ai fini della determinazione dell’assegno divorzile.

Per meglio comprendere la portata innovativa della pronuncia in esame, occorre premettere che l’arresto giurisprudenziale cui era approdata la Suprema Corte con la citata sentenza n. 11504/2017, prevedeva che il giudice, decidendo sull’assegno in parola, tenesse conto esclusivamente della non autosufficienza economica del coniuge istante, potendo disancorare completamente la sua valutazione dal tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

Questo significa che, forse per la prima volta, si stabilisce la fondamentale importanza del contributo dato dal coniuge che, in accordo con l’altro,  abbia, per tutto il corso della vita matrimoniale, sacrificato le proprie aspettative personali e professionali in funzione dell’assunzione di un ruolo portante all’interno della vita familiare.

Ben si capisce la portata della pronuncia in commento per tutte quelle frequenti situazioni in cui al termine di un lungo matrimonio, uno dei coniugi, generalmente la donna, fino ad oggi, è stato fortemente penalizzato dalle scelte – irreversibili – assunte in accordo con l’altro coniuge.

Avv. Rosamaria Albanese

DALLA PARTE DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE, SEMPRE

Per i minori, uno spazio di tutela assoluto

Ai bambini e alle bambine – definiti tecnicamente ‘minori’ – il nostro ordinamento giuridico riserva uno spazio di tutela assoluto, che trova fondamento, in primo luogo, nella Costituzione. Agli articoli 30 e 31, da leggersi in coordinazione con gli articoli 2 e 3, sono definiti i tre principi fondamentali: il principio del preminente interesse del minore (nel bilanciamento tra gli interessi del minore e quelli di ogni altro soggetto, deve sempre prevalere il primo), il principio della parità dei figli (garantisce a tutti i minori pari dignità, superando l’odiosa contrapposizione tra “legittimi” o “naturali”), il principio del diritto del minore ad una famiglia (obbligo dello Stato di intervenire nei casi di inadeguatezza dei genitori biologici).

Le recenti Riforme

Le ultime Riforme in materia di filiazione, nel dare attuazione ai principi costituzionali suindicati, hanno ulteriormente – rispetto al passato – valorizzato il principio della parità dei figli, anche oltre il binomio legittimo/naturale, liberalizzando, di fatto, il riconoscimento dei figli incestuosi.

Ma non solo. Tra i valori fondamentali è assurto quello della ‘bigenitorialità’, intesa come diritto dei minori ad avere una relazione giuridica ed umana con entrambi i genitori. Tale principio è considerato tanto importante da costituire la regola generale in caso di separazione dei genitori.

Alle figure di riferimento considerate fondamentali – i due genitori – il legislatore ha poi aggiunto i parenti e gli ascendenti dei genitori, con i quali i minori hanno il diritto di mantenere rapporti, oltreché il diritto di riceverne cura e assistenza.

Gli obblighi giuridici dei genitori

Le norme che si occupano di minori definiscono una sorta di statuto giuridico dei minori, da intendere come una serie di diritti che i minori vantano nei confronti dei genitori, sui quali gravano i correlativi obblighi.

Tali diritti consistono, essenzialmente, nel diritto di essere mantenuti, istruiti ed educati (art. 30 Cost.); di essere assistiti moralmente, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni (art. 147 cod. civ.); di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti; di essere rappresentati legalmente nei rapporti con i terzi (art. 320 cod. civ.), in tutti gli atti civili.

Gli obblighi posti in capo agli adulti nei confronti dei minori sono tanto importanti che alla loro violazione conseguono effetti di carattere civile e penale. Alle norme generali – valide per chiunque – sul risarcimento del danno fanno, infatti, da corollario e completamento previsioni specifiche, quali l’art. 570 cod. pen., che punisce la “violazione degli obblighi di assistenza familiare”, e l’art. 731 cod. pen., che punisce l’”inosservanza dell’obbligo dell’istruzione elementare dei minori”.

I figli delle coppie omogenitoriali: un vulnus nell’architettura di tutela del minore

Così definito lo spazio di tutela assoluta di cui gode il minore nel nostro ordinamento, dobbiamo, però, contestare l’esistenza di un vulnus, capace di far crollare l’intera impalcatura.

Esiste, infatti, un gruppo di minori esclusi dallo spazio di tutela assoluta di cui secondo l’ordinamento godono tutti i minori.

Stiamo parlando dei bambini venuti al mondo nell’ambito di un progetto di famiglia ‘omogenitoriale’: il mancato riconoscimento giuridico del genitore “non biologico”, infatti, comporta la negazione, ad essi, della possibilità di vantare i diritti di cura e assistenza morale e materiale nei confronti di uno dei due genitori, quello c.d. non biologico, oltreché dei suoi parenti, che è come negare al minore il diritto a metà famiglia.

Ciò pare tanto più ingiustificato alla luce delle recenti Riforme della filiazione di cui sopra, ed anche se si pensa che, a seguito della legge 76/2015, le persone dello stesso sesso possono unirsi in un istituto che produce gli stessi effetti del matrimonio, e se si pensa che la giurisprudenza ha da tempo accertato che l’orientamento omosessuale non è in sé causa di inadeguatezza “genitoriale” (ma deve essere accertato in quanto tale, altrimenti divenendo pregiudizio).   

Ma v’è di più.

Contrariamente a quanto si può pensare, il c.d. legame di sangue non costituisce, nel nostro ordinamento, un valore assoluto. La ‘verità biologica’ deve essere, infatti, bilanciata con la tutela dell’interesse concreto del minore a mantenere i rapporti affettivi sviluppatisi all’interno della famiglia e all’identità acquisita dal minore, non necessariamente correlata al dato genetico.

Prova ne sia che l’azione per il disconoscimento della paternità può essere avviata dalla madre e dal marito entro un termine (solo per il figlio l’azione è imprescrittibili), decorso il quale il minore risulta figlio del padre che l’ha riconosciuto alla nascita, anche se è notorio che il padre biologico è un altro.

La giurisprudenza, poi, tende sempre più a valorizzare il profilo affettivo nell’ambito delle relazioni familiari con prevalenza rispetto al dato legale, sicché da più parti si osserva che la verità affettiva o sociale finisce con l’assurgere a principio fondante l’attribuzione dello status filii, esattamente come la verità biologica e quella legale.

Conclusioni

Quando si parla di minori non è ammissibile – secondo il nostro sistema giuridico – che taluni non abbiano gli stessi diritti di tutti gli altri.

Pertanto, se, all’opposto, vi sono bambini discriminati, allora vuol dire che il nostro sistema è imperfetto e, in quanto tale, inadatto a tutelare tutti i bambini.

Irrilevante è, ovviamente, il motivo per cui non si vuole rimediare a tale discriminazione, anche se non possiamo sottacere che l’intento è di colpire i genitori.

Ma, appunto, inaccettabile è che per colpire gli adulti si danneggino i bambini. Inaccettabile è che sui figli ricadano le colpe dei padri.

Una politica che non sta dalla parte dei bambini e delle bambine è una politica miope incapace di stare in un progetto realmente democratico. Per questo, auspichiamo un intervento normativo che vada a colmare il vuoto e superare la contraddizione del sistema, per collocarsi totalmente dalla parte dei bambini e delle bambine, sempre e comunque.

Giornata Internazionale Contro la violenza sulle donne alla Camera. Noi c’eravamo.

In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, la Presidente della Camera Laura Boldini ha aperto le porte dell’Aula di Montecitorio alle donne per l’iniziativa #InQuantoDonna.

Donne vittime e testimoni della violenza maschile perpetrata su di loro e/o su loro familiari, ma anche donne dei centri antiviolenza, delle associazioni, dei sindacati, nonché professione del settore (statistiche, poliziotte, magistrate), hanno dato voce alle loro storie toccando i diversi temi che ruotano attorno violenza di genere.

A questo evento storico, dalla portata simbolica estremamente importante, anche noi, grazie all’UDI,  abbiamo avuto il privilegio e l’onore di partecipare.

Le testimonianze narrate alla Camera, come anche la cronaca quotidiana ed il nostro stesso lavoro quotidiano ci ricordano che c’è ancora molto da fare sul piano socio-culturale e normativo per eliminare il problema, ma questa esperienza ci ha ricordato, ancora una volta, che la condivisione di esperienze e di pratiche è la chiave per affrontarlo e contrastarlo nel migliore dei modi.

Per guardare il video integrale dell’iniziativa, clicca qui

L’avv. Stefania Guglielmi e l’avv. Giulia Potenza alla Camera dei Deputati in occasione dell’iniziativa #InQuantoDonna
Avv. Stefania Guglielmi, Liviana Zagagnoni, responsabile provinciale dell’UDI Ferrara e avv. Giulia Potenza

 

La Presidente della Camera Laura Boldrini in occasione dell’iniziativa #inquantodonna
L’avv. Stefania Guglielmi, l’avv. Giulia Potenza e la Dott.ssa Serena Bondi alla Camera dei Deputati in occasione dell’iniziativa #inquantodonna