Categoria: tutela dei minori

DALLA PARTE DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE, SEMPRE

Per i minori, uno spazio di tutela assoluto

Ai bambini e alle bambine – definiti tecnicamente ‘minori’ – il nostro ordinamento giuridico riserva uno spazio di tutela assoluto, che trova fondamento, in primo luogo, nella Costituzione. Agli articoli 30 e 31, da leggersi in coordinazione con gli articoli 2 e 3, sono definiti i tre principi fondamentali: il principio del preminente interesse del minore (nel bilanciamento tra gli interessi del minore e quelli di ogni altro soggetto, deve sempre prevalere il primo), il principio della parità dei figli (garantisce a tutti i minori pari dignità, superando l’odiosa contrapposizione tra “legittimi” o “naturali”), il principio del diritto del minore ad una famiglia (obbligo dello Stato di intervenire nei casi di inadeguatezza dei genitori biologici).

Le recenti Riforme

Le ultime Riforme in materia di filiazione, nel dare attuazione ai principi costituzionali suindicati, hanno ulteriormente – rispetto al passato – valorizzato il principio della parità dei figli, anche oltre il binomio legittimo/naturale, liberalizzando, di fatto, il riconoscimento dei figli incestuosi.

Ma non solo. Tra i valori fondamentali è assurto quello della ‘bigenitorialità’, intesa come diritto dei minori ad avere una relazione giuridica ed umana con entrambi i genitori. Tale principio è considerato tanto importante da costituire la regola generale in caso di separazione dei genitori.

Alle figure di riferimento considerate fondamentali – i due genitori – il legislatore ha poi aggiunto i parenti e gli ascendenti dei genitori, con i quali i minori hanno il diritto di mantenere rapporti, oltreché il diritto di riceverne cura e assistenza.

Gli obblighi giuridici dei genitori

Le norme che si occupano di minori definiscono una sorta di statuto giuridico dei minori, da intendere come una serie di diritti che i minori vantano nei confronti dei genitori, sui quali gravano i correlativi obblighi.

Tali diritti consistono, essenzialmente, nel diritto di essere mantenuti, istruiti ed educati (art. 30 Cost.); di essere assistiti moralmente, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni (art. 147 cod. civ.); di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti; di essere rappresentati legalmente nei rapporti con i terzi (art. 320 cod. civ.), in tutti gli atti civili.

Gli obblighi posti in capo agli adulti nei confronti dei minori sono tanto importanti che alla loro violazione conseguono effetti di carattere civile e penale. Alle norme generali – valide per chiunque – sul risarcimento del danno fanno, infatti, da corollario e completamento previsioni specifiche, quali l’art. 570 cod. pen., che punisce la “violazione degli obblighi di assistenza familiare”, e l’art. 731 cod. pen., che punisce l’”inosservanza dell’obbligo dell’istruzione elementare dei minori”.

I figli delle coppie omogenitoriali: un vulnus nell’architettura di tutela del minore

Così definito lo spazio di tutela assoluta di cui gode il minore nel nostro ordinamento, dobbiamo, però, contestare l’esistenza di un vulnus, capace di far crollare l’intera impalcatura.

Esiste, infatti, un gruppo di minori esclusi dallo spazio di tutela assoluta di cui secondo l’ordinamento godono tutti i minori.

Stiamo parlando dei bambini venuti al mondo nell’ambito di un progetto di famiglia ‘omogenitoriale’: il mancato riconoscimento giuridico del genitore “non biologico”, infatti, comporta la negazione, ad essi, della possibilità di vantare i diritti di cura e assistenza morale e materiale nei confronti di uno dei due genitori, quello c.d. non biologico, oltreché dei suoi parenti, che è come negare al minore il diritto a metà famiglia.

Ciò pare tanto più ingiustificato alla luce delle recenti Riforme della filiazione di cui sopra, ed anche se si pensa che, a seguito della legge 76/2015, le persone dello stesso sesso possono unirsi in un istituto che produce gli stessi effetti del matrimonio, e se si pensa che la giurisprudenza ha da tempo accertato che l’orientamento omosessuale non è in sé causa di inadeguatezza “genitoriale” (ma deve essere accertato in quanto tale, altrimenti divenendo pregiudizio).   

Ma v’è di più.

Contrariamente a quanto si può pensare, il c.d. legame di sangue non costituisce, nel nostro ordinamento, un valore assoluto. La ‘verità biologica’ deve essere, infatti, bilanciata con la tutela dell’interesse concreto del minore a mantenere i rapporti affettivi sviluppatisi all’interno della famiglia e all’identità acquisita dal minore, non necessariamente correlata al dato genetico.

Prova ne sia che l’azione per il disconoscimento della paternità può essere avviata dalla madre e dal marito entro un termine (solo per il figlio l’azione è imprescrittibili), decorso il quale il minore risulta figlio del padre che l’ha riconosciuto alla nascita, anche se è notorio che il padre biologico è un altro.

La giurisprudenza, poi, tende sempre più a valorizzare il profilo affettivo nell’ambito delle relazioni familiari con prevalenza rispetto al dato legale, sicché da più parti si osserva che la verità affettiva o sociale finisce con l’assurgere a principio fondante l’attribuzione dello status filii, esattamente come la verità biologica e quella legale.

Conclusioni

Quando si parla di minori non è ammissibile – secondo il nostro sistema giuridico – che taluni non abbiano gli stessi diritti di tutti gli altri.

Pertanto, se, all’opposto, vi sono bambini discriminati, allora vuol dire che il nostro sistema è imperfetto e, in quanto tale, inadatto a tutelare tutti i bambini.

Irrilevante è, ovviamente, il motivo per cui non si vuole rimediare a tale discriminazione, anche se non possiamo sottacere che l’intento è di colpire i genitori.

Ma, appunto, inaccettabile è che per colpire gli adulti si danneggino i bambini. Inaccettabile è che sui figli ricadano le colpe dei padri.

Una politica che non sta dalla parte dei bambini e delle bambine è una politica miope incapace di stare in un progetto realmente democratico. Per questo, auspichiamo un intervento normativo che vada a colmare il vuoto e superare la contraddizione del sistema, per collocarsi totalmente dalla parte dei bambini e delle bambine, sempre e comunque.

Maltrattamenti in famiglia: scatta la decadenza della potestà genitoriale.

Con decreto del 28 aprile 2017, la Corte d’Appello di Bologna ha sancito, in sede di reclamo, la decadenza della potestà genitoriale nei confronti di un padre di tre figli minorenni che ha adottato condotte violente nei confronti loro e della ex moglie per tutta la durata della loro convivenza.

Dopo aver avuto un primo riscontro di fondatezza delle accuse di maltrattamenti in famiglia ad opera di un uomo nei confronti dei suoi tre figli minori, il Tribunale per i minorenni di Bologna, nel novembre 2015, disponeva con decreto provvisorio l’allontanamento del padre dalla casa familiare, l’affidamento dei figli minori alla madre con l’attribuzione al Servizio Sociale di compiti di vigilanza ed assistenza, nonché di regolamentazione delle modalità e dei tempi di frequentazione dei minori con il padre.

Nel giugno 2016 la madre, costituitasi tramite il nostro Studio nel procedimento dinnanzi al Tribunale per i Minori di Bologna, denunciando le reiterate condotte violente dell’ormai ex marito ed evidenziando il mancato rispetto, da parte dello stesso, del’ordine di allontanamento di cui sopra, chiedeva che venisse disposta nei suoi confronti la decadenza della responsabilità genitoriale.

Il suddetto Tribunale, tuttavia, con il provvedimento definitivo emesso ad ottobre 2016  decideva di non accogliere la richiesta della donna “attesa la cessazione di comportamenti violenti conseguenti alla interruzione della convivenza”.

La madre, pertanto, per il tramite del nostro Studio, proponeva reclamo  ai sensi degli artt. 739 c.p.c., 330 e 333 c.c. avverso il decreto definitivo emesso dal Tribunale dei Minori, nella parte in cui respingeva la domanda di pronuncia di decadenza della potestà genitoriale, contestando la contraddittorietà del decreto e sostenendo che il potenziale pericolo ed il pregiudizio subito dai tre minori, non potevano affatto ritenersi scongiurati con la mera cessazione della convivenza con il padre.

A seguito dell’udienza, durante la quale il padre non si presentava, il Procuratore Generale, sostenendo la richiesta della madre, chiedeva l’accoglimento del reclamo.

La Corte adita, ritenuto che “la condotta del padre *** violenta e di completo disinteresse per i figli, risulta incompatibile col ruolo genitoriale dello stesso”, “che dalla relazione di aggiornamento dei Servizi datata 20 marzo 2017, la posizione radicalmente negativa da parte dei figli nei riguardi del padre risulta pienamente confermata” e, non ultimo, che in capo allo stesso risultava pendente un procedimento penale per il reato di maltrattamenti ai danni della moglie e dei figli, il 28 aprile scorso accoglieva il reclamo proposto dalla madre.

In particolare, i giudici di secondo grado, analizzata la questione nel merito e nell’esclusivo interesse dei minori, così disponevano: “il reclamo deve, pertanto, essere accolto e, in parziale riforma del provvedimento impugnato, deve essere dichiarata la decadenza dalla potestà genitoriale di *** nei riguardi dei propri figli (…)”.

Ebbene, il concetto di “responsabilità genitoriale” che sta alla base delle considerazioni sin qui svolte, è stato introdotto dalla riforma del 2013, che ha sostituito, permeandolo di significato, il precedente concetto di “potestà genitoriale”.

Il legislatore ha infatti inteso porre l’accento sui doveri di cura posti in capo ai genitori e volti all’attuazione dell’interesse dei figli, rispetto ai quali il ruolo dei genitori si configura alla stregua di una vera e propria funzione sociale.

A tal fine, nel rispetto dei principi costituzionali formulati nell’art. 30 Cost., i genitori sono tenuti non solo a mantenere, istruire ed educare i figli, bensì a proteggerli e sostenerli nel loro itinerario formativo, assicurandogli e tutelandone la sicurezza e la salute, promuovendo il loro benessere psicofisico e la loro progressiva acquisizione dell’autonomia.

Appare chiaro che, qualora un genitore non adempia agli obblighi sopra citati e metta in atto, come in questo caso, comportamenti profondamente lesivi dell’integrità psico-fisica dei propri figli, decadrà dalla responsabilità genitoriale ai sensi dell’art. 330 del Cod. Civ.

Alla luce delle considerazioni sin qui svolte, va evidenziata la corretta applicazione da parte della Corte d’Appello di Bologna dei principi del nostro ordinamento giuridico che pongono l’interesse del minore al centro di un sistema di tutele nazionali e sovranazionali.

Casi come questo assumono comunque rilevante importanza poiché ancora oggi i suddetti principi non sempre trovano applicazione da parte delle Corti, con  conseguenze anche tragiche nei casi più estremi.

Nel caso di specie, invece, la corretta applicazione della legge  ed il rispetto del supremo interesse del minore, hanno permesso ad una madre di ottenere una tutela effettiva per i propri figli ed una protezione nei confronti dell’ex marito violento che picchiava i figli e la ex moglie.

In generale, va comunque rilevato che è facoltà del giudice, sempre nell’esclusivo interesse dei minori, reintegrare il genitore decaduto – in questo caso il padre – qualora siano ravvisabili condizioni che provano la cessazione effettiva delle condotte lesive. Tale decisione, posta in capo al giudice e prevista dall’art 332 Cod. Civ., è in ogni caso subordinata alla valutazione delle condizioni esistenti nonché alla totale assenza di qualsiasi potenziale pericolo di pregiudizio per la prole.