Categoria: Lavoro domestico

Lavoro domestico non regolarizzato: quali conseguenze?

Il lavoro domestico è uno dei settori dove, per varie ragioni, è più alta la percentuale di lavoro nero, ossia di quel tipo di rapporto di lavoro non regolarmente formalizzato con comunicazione all’ente previdenziale e dunque sconosciuto alla pubblica amministrazione.

Il rapporto di collaborazione domestica, tuttavia, è un rapporto di lavoro subordinato a tutti gli effetti e, come tale, è fonte di precisi diritti e obblighi stabiliti dalla legge e dal relativo Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro (CCNL colf badanti).

La scelta di non formalizzare tale rapporto potrebbe provenire da entrambe le parti, nella convinzione di ottenere apparentemente maggiori vantaggi nell’immediato. A ben vedere, tuttavia, la regolarizzazione del lavoro domestico non solo è vantaggiosa, ma costituisce una tutela per entrambe le parti.

Una volta cessato il rapporto, infatti, il lavoratore  ha cinque anni di tempo per fare causa al datore di lavoro ed ottenere l’accertamento del rapporto di lavoro subordinato, con tutte le conseguenze che ne derivano.

Qualora venga accertata la sussistenza di un rapporto di lavoro non regolarizzato, il giudice potrebbe infatti condannare il datore di lavoro al pagamento di:

  • eventuali differenze retributive rispetto ai minimi previsti dal CCNL;
  • retribuzioni non pagate;
  • straordinari;
  • permessi non goduti;
  • malattia non riconosciuta;
  • maternità non riconosciuta;
  • ferie non godute;
  • Tfr eventualmente non versato;
  • contributi non versati.

A queste potrebbero aggiungersi anche le sanzioni amministrative o penali previste dalla legge per le violazioni degli obblighi previdenziali, che variano a seconda del tipo di violazione (mancata comunicazione o cessazione del rapporto di lavoro, mancata iscrizione del lavoratore all’INPS, mancato pagamento dei contributi, pagamento dei contributi in ritardo, assunzione di lavoratore sprovvisto di permesso di soggiorno).

Sul fronte della prova, va sottolineato che, se da un lato la sussistenza del rapporto di lavoro può essere dimostrata tramite testimoni, lo stesso non vale per i pagamenti effettuati dal datore di lavoro al collaboratore, la cui prova può essere fornita solo per via documentale. Il pagamento in contanti senza apposita ricevuta, quindi, non libererebbe il datore di lavoro dalla prova di aver adempiuto ai propri obblighi, cosicché potrebbe anche accadere  -nella peggiore delle ipotesi- che il giudice lo condanni al pagamento di corrispettivi  già versati al lavoratore, ma di fatto non documentati.

Come è noto, tuttavia, il lavoro domestico in molti casi è caratterizzato da occasionalità, ed è anche questo ciò che spinge spesso a non formalizzare il rapporto di lavoro tra le parti: in tal modo, tuttavia, le stesse perdono diritti e tutele che la legge riconosce con appositi strumenti alternativi al canonico contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

Proprio questo sarà l’argomento del prossimo articolo; nel frattempo, per ulteriori informazioni su questi ed ulteriori aspetti su diritti e obblighi nell’ambito del rapporto di lavoro domestico, clicca qui.