Mese: Dicembre 2018

REATO DI MALTRATTAMENTI CONTRO FAMILIARI E CONVIVENTI

Il presente contributo non ha carattere esaustivo e si pone lo scopo principale di esaminare la norma che disciplina il reato di maltrattamenti tenendo conto che nella maggior parte dei casi questa trova applicazione a causa della violenza agìta nelle relazioni intime da uomini contro le donne.
Il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi, disciplinato dall’art. 572 c.p., trova collocazione nel nostro codice penale nel Libro II, Titolo XI, ovvero tra i delitti contro la famiglia. Occorre, dunque, preliminarmente, osservare che il reato in esame non può considerarsi un reato contro la famiglia, in quanto reato contro la persona.
Tale collocazione si poteva spiegare durante la vigenza del codice Rocco quando, visti i presupposti ideologici dell’epoca, l’ ‘istituzione famiglia’ aveva la funzione di assicurare valori di autorità e affidamento. Oggi, per ovvie ragioni, sarebbe corretto collocare la norma incriminatrice tra i delitti contro la persona.
Sono, infatti, il patrimonio morale e l’integrità psicofisica della persona offesa dal reato ad essere colpiti e non la famiglia.
I maltrattamenti costituiscono un trattamento disumano e degradante, annoverabili tra le violazioni più gravi dei diritti umani.
A quanto sopra, occorre, immediatamente, aggiungere che il reato di cui trattasi seppur apparentemente neutrale costituisce un’espressione dei reati di genere.
È, infatti, nelle relazioni intime che maggiormente si manifesta la relazione di potere storicamente diseguale tra uomini e donne.
Tale affermazione trova conferma nei numerosi casi di maltrattamenti trattati e definiti dinnanzi ai tribunali. Basta scorgere le sentenze per rendersi immediatamente conto che imputati in processi per tale reato sono uomini che agiscono maltrattamenti ai danni di donne.
I soggetti passivi della condotta maltrattante oltre alla donna, di frequente, sono i figli minori di età che possono esserne destinatari in via diretta o indiretta, ed è in questo ultimo caso che si ha la violenza assistita. La violenza assistita, a sua volta, è diretta, quando i figli assistono alla violenza perpetrata dal padre ai danni della madre, o indiretta, quando i figli, pur non avendo assistito ad episodi di violenza ne percepiscono comunque gli effetti e le conseguenze.
La norma in esame, recentemente modificata a seguito della ratifica in Italia delle convenzioni di Lanzarote prima e di Istanbul poi, incrimina quelle condotte maltrattanti poste in essere abitualmente e capaci di creare nella persona offesa uno stato abituale di soggezione e sofferenza psicologica in grado di incidere perfino sulla capacità sua di autodeterminazione.
È stata l’elaborazione giurisprudenziale a definire il reato come abituale permettendo in tal modo di ritenerlo configurato anche quando le condotte maltrattanti si alternano a condotte non solo non maltrattanti ma addirittura amorevoli (la cd. Luna di miele). Questo non è di poco conto ove si pensi, da un lato, al ciclo della violenza, dall’altro, alle recenti proposte di modifica (v. DDL n. 45 detto anche De Poli) che hanno, tra gli altri, il proposito di introdurre nella norma l’elemento della sistematicità dei maltrattamenti. Un’eventuale riforma in tal senso comporterebbe che il reato si avrà configurato solo se la persona offesa venisse sottoposta ad sorta di tortura.
Infine si sottolinea che il reato di maltrattamenti, a dispetto dell’opinione diffusa, è un reato trasversale che può riguardare indistintamente tutte le categorie sociali e si osserva che, nonostante i passi fatti, in particolare grazie alle convenzioni internazionali in materia di violenza sulle donne e sui minori di età, siamo ancora molto lontani dal poter dire di avere un sistema in grado di garantire piena tutela alle vittime dei reati tipici delle relazioni intime come quello di cui si è trattato.

Avv. Rosamaria Albanese