Mese: Agosto 2017

Il cognome nelle unioni civili alla luce della recente giurisprudenza

Uno dei baluardi che hanno costituito un motivo di vanto per i sostenitori della nuova legge sulle unioni civili era la possibilità, per la coppia, di assumere un cognome comune a scelta tra i loro cognomi, che la parte poteva anteporre o posporre al cognome comune il proprio cognome, se diverso, facendone dichiarazione all’ufficiale di stato civile  (art. 1 comma 10 della legge 76/2016).

Tale previsione, tuttavia, è stata oggetto di una tortuosa vicenda che è sfociata nelle aule dei tribunali.

Ma andiamo con ordine.

Nelle more dell formulazione dei decreti attuativi, il governo emanava il D.P.C.M. 23 luglio 2016, n. 144, cosiddetto “decreto ponte”  che, con riguardo alla scelta del cognome comune, all’art. 4 prevedeva  “1. Nella dichiarazione di cui all’articolo 3, le parti possono indicare il cognome comune che hanno stabilito di assumere per l’intera durata dell’unione ai sensi dell’articolo 1, comma 10, della legge. La parte può dichiarare all’ufficiale di stato civile di voler anteporre o posporre il proprio cognome, se diverso, a quello comune; 2. A seguito della dichiarazione di cui al comma 1 i competenti uffici procedono alla annotazione nell’atto di nascita e all’aggiornamento della scheda anagrafica”. Tale ultima postilla aveva come conseguenza l’obbligo, per la parte con il doppio cognome, di adeguare tutti i documenti personali (dalla carta d’identità al codice fiscale, dal tesserino sanitario al passaporto), con immaginabili conseguenze di dispendio di tempo ed energie.

Ebbene con l’entrata in vigore nel febbraio scorso del D.lgs 5/2017, attuativo della legge 76/2016, in totale contrasto con la precedente previsione del “decreto ponte”, non solo il cognome comune scelto dalla coppia non ha più valore anagrafico, ma addirittura viene ordinato l’annullamento retroattivo delle annotazioni anagrafiche già effettuate.

L’art.1 (comma 1, lett. m, n. 1, sub f, capo v. g-sexies) del D.Lgs. n.5/2017 precisa infatti che la scelta del cognome comune “non incide sui dati personali delle parti” e, l’art. 8 dispone  che: “entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, l’ufficiale dello stato civile, con la procedura di correzione di cui all’articolo 98, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, annulla l’annotazione relativa alla scelta del cognome effettuata a norma dell’articolo 4, comma 2, del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 23 luglio 2016, n. 144″.

Il legislatore, dunque, rimuovendo con tale provvedimento la valenza anagrafica del cognome dell’unione civile, ha inteso ridurre  il valore del cognome comune dell’unione civile a semplice “cognome d’uso”.

L’effetto retroattivo di tale intervento normativo, oltre ad aver comportato non pochi disagi per le coppie che, in base a quanto precedentemente disposto dal “decreto ponte”, avevano già provveduto al cambio di tutti i propri documenti e che ora, per effetto del decreto attuativo, sarebbero state nuovamente costrette a cambiarli per ripristinare il cognome singolo, ha inciso direttamente sul diritto al cognome del singolo e del nucleo familiare, andando a ledere direttamente un elemento identificativo della persona e il suo “status” giuridico e sociale (si pensi ad esempio ai figli di coppia omogenitoriale che si sono visti cancellato il cognome del genitore non biologico), senza contare i profili di illegittimità costituzionale già ventilati da più fronti.

A fronte del ricorso alle vie legali da parte di molte coppie che, dopo aver affrontato i disagi del cambio di tutti i documenti  hanno subito la cancellazione del doppio cognome, sono arrivate le prime pronunce dei Tribunali, interrogati nell’ambito di procedimenti d’urgenza.

Attualmente, come testimoniato dal decreto del Tribunale di Busto Arstizio del 27 luglio 2017, che si pone in linea con l’ordinanza del Tribunale di Modena del 5 luglio 2017 e, prima ancora con l’ordinanza del Tribunale di Lecco del 4 aprile 2017, le Corti si sono orientate in maniera univoca per la disapplicazione del decreto attuativo per contrasto con il diritto dell’Unione europea.

Il Tribunale di Lecco, in particolare, con la pronuncia successivamente ripresa dalle altre Corti, ha chiarito che il nome adempie “alla funzione di tutelare il diritto alla proiezione sociale della persona” e alla “funzione di identificazione sociale”, tutelate costituzionalmente. Inoltre, e con riguardo a eventuali figli di coppie unite civilmente, il Tribunale ha ricordato che, in base alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, “l’interesse superiore del minore deve essere considerato preminente in tutti gli atti relativi ai minori, siano essi compiuti da autorità pubbliche o da istituzioni private” e che “il diritto del figlio alla conservazione del proprio status familiare e alla salvaguardia della propria identità, quale principio fondamentale dell’individuo, recentemente sta ottenendo sempre maggiori riconoscimenti dalla giurisprudenza”.

Pertanto, come anche ricordato dal Tribunale di Modena, l’applicazione in via retroattiva di una norma volta a cancellare un cognome legittimamente acquisito appare lesiva del diritto alla dignità ed identità personale e del diritto al nome già conseguito dalla parte in base ad una normativa all’epoca vigente nel nostro ordinamento.

Scarica qui l’ordinanza del Tribunale di Lecco del 4 aprile 2017.